La Voce della Patria

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globo di bandiere

Per una politica estera efficace e strategicamente solida è necessario farla finita con l’approccio europeo, dettato dai nostri competitori internazionali, e scommettere sui nostri punti di forza: la nostra lingua, la nostra civiltà, la nostra capacità di portare la pace e i nostri compatrioti all’estero.

La politica estera dell’Italia non dovrebbe perseguire che un solo fine: la difesa degli interessi superiori della Nazione. Ciò vuol dire: della sua sicurezza, delle sue alleanze, dei suoi sbocchi commerciali e dei suoi approvvigionamenti.

…e della sua visione del mondo fondata su principi e valori universali che l’hanno sempre guidata durante tutta la storia repubblicana.

Tra lo splendore dell’Italia e la civiltà del mondo occidentale c’è un rapporto molto stretto!

E lo “splendore dell’Italia” è una meravigliosa promessa di indipendenza nazionale, è la nostra capacità di rimanere un riferimento originale nel corso della Storia è, anche, la capacità di promuovere una diversità culturale e linguistica, di cui i nostri compatrioti all’estero potrebbero essere la punta di diamante, e la civiltà latina di fronte agli altri grandi agglomerati culturali.

La statura dell’Italia si dovrebbe misurare nella nostra capacità di intrattenere relazioni con altri Paesi a partire dalla nostra riflessione politica, economica e culturale; e dovremmo interessarci alla differenza che c’è nel confrontarsi con altri popoli liberi e democratici rispetto a quelli che non lo sono, verso cui promuovere la pace ed i diritti inalienabili dell’uomo.

L’Italia si è dolorosamente smarrita negli ultimi 25 anni, assoggettandosi ad una linea propugnata dall’Unione europea e ispirata da nostri competitori internazionali. Si è allontanata dagli interessi che le sono propri e si è astenuta da una efficace presenza nel Mediterraneo e in Europa, come nelle Americhe.

…si è ridotta a far propria una visione strategica limitata e spesso contraddittoria con i propri interessi!

A forza di abituarsi a vedere il Paese stretto tra i diktat di Bruxelles e gli accomodamenti franco-tedeschi, o come preda di appetiti economici stranieri, la classe dirigente ha smesso di pensare ad una vocazione internazionale pienamente confacente ad una delle prime economie del mondo.

È tempo di rinnovare una politica estera d’ambizione pienamente internazionale che prenda finalmente tutte le misure ai limiti delle sue capacità, che si doti dei mezzi diplomatici e militari per farvi fronte e che non abbia paura di utilizzarli dove sono in campo i suoi interessi.

La statura dell’Italia potrebbe elevarsi se solo sapesse sfruttare anche la ricchezza di relazioni dei nostri compatrioti all’estero e se sapesse utilizzare il veicolo della nostra lingua: una delle più studiate al mondo e che potrebbe rappresentare un pivot eccezionale!

Infine una nazione che vuol dirsi veramente grande non dovrebbe dimenticare le comunità dei discendenti degli italiani nei vari Paesi del mondo e che meriterebbero di essere sostenute molto di più dalla Madrepatria.