La Voce della Patria

Questo sito ha per obiettivo l'essere un luogo di scambio, un appuntamento regolare, amichevole, diretto. Tutto qui può essere detto, argomentato, commentato. La sola condizione posta è il rispetto delle regole elementari di civiltà: le tesi ingiuriose o oltraggiose saranno prescritte. Un moderatore vigila. Benvenuti.

Altare della Patria
Altare della Patria

Già la globalizzazione, di cui le istituzioni dell’Unione europea fanno professione nel nostro continente, considera tutti gli uomini e le donne intercambiabili. L’obbiettivo è di trasformare il mondo (o parte di esso) in un grande mercato dove l’individuo è solo un consumatore, senza radici, senza passato, senza Patria e senza legami con i suoi simili: così risulta senza dubbio più facile manipolando per i più grandi imbonitori della finanza internazionale.

A questa tendenza si affianca quella della sottomissione dei valori dell’Occidente a quella rivendicazionista del mondo arabo-musulmano: si preferisce accondiscendente a questa ideologia oscurantista anziché difendere i nostri ideali, sia a per paura di essere tacciati di fascismo o xenofobia, sia per il ripudio di un conflitto che a noi europei è sempre stato fatale.

Il problema è che, tanto la globalizzazione quanto il rivendicazionismo islamico, sono come due tarli che attaccano dell’interno lo stesso punto della nostra società, ovvero la sua connotazione nazionale, con tutti i valori di libertà, democrazia e uguaglianza che ad essa si accompagnano.

Rifiutiamo la riduzione dell’identità nazionale, che è un concetto politico, emozionale, radicato in una storia, all’Italia, alla razza, o alla religione. Tuttavia il concetto di identità nazionale non nega la capacità di integrazione del popolo italiano.

Che questa integrazione sia oggi molto difficile, che conduca temporaneamente a mettere sotto accusa l’immigrazione, o in ogni caso punti a regolamentata più strettamente, è un caso, ma un caso congiunturale.

Bisogna sere porsi la questione delle condizioni economiche, sociali e politiche dell’integrazione e aggiustare i flussi di conseguenza. Il sentimento di perdita dell’identità è più vivo nei quartieri popolari, nelle periferie raggiunte dagli immigrati: la questione dell’insicurezza è uno dei punti su cui può fondarsi una deriva identitaria. Ed è evidente poiché il primo diritto di ognuno è quello della propria sicurezza personale.

È qua che si realizza la frattura identitaria quando i comunitarismo presenti in una determinata area cercano di imporre con la violenza a tutti le regole della propria comunità.

Bisogna analizzare ciò che produce questa frattura culturale.

Nei fatti, al cuore dell’identità italiana, troviamo una cultura comune. Certo declinata in maniera differente secondo le classi sociali e le regioni, ma della cui unità non si è mai fatto alcun dubbio.

Questa cultura comune è evoluta con i tempi e porta i segni delle lotte e dei conflitti sociali. In ogni caso non è fissa. Ma esiste, e permette agli abitanti di questo Paese di vivere insieme.

L’importanza di questa cultura comune è essenziale. Essa ha costruito dei linguaggi comuni che uniscono gli individui al di là delle loro divergenze. Essa ha costituito delle regole di vita (da cui la reazione a quella che chiamiamo inciviltà) e di abitudini condivise. Essa ha tradotto la storia dell’Italia, con le sue lotte, da quelle sociali a quelle e per i diritti delle donne, ma anche la distinzione tra la sfera pubblica e quella privata.

Essa ci ricorda che la legge non è fondata sulla parola divina, quale che sia, ma su una decisione cosciente e deliberata di donne e uomini di questo Paese.

Essa è dunque costitutiva del fatto di essere italiana.

Questa cultura è oggi attaccata tanto dal l’arrivo di popolazioni straniere che non sono mai state esposte a questa cultura e delle quali, una parte, non lo sarà che molto indirettamente, ma anche da una parte, certo minoritaria, della popolazione italiana, che rigetta questa cultura ed i suoi principi essenziali.

Ora: senza una cultura comune non ci può essere democrazia, né un popolo sovrano. L’esistenza delle culture frammentate che noi chiamiamo comunitarismi è in realtà un regime di segregazione, un regime di apartheid.

Magari è un bene perché esiste n che un diritto delle minoranze, un diritto alla differenza, ma queste minoranze e queste differenze non devono mai poter mettere in causa la cultura comune e devono applicarsi essenzialmente alla sfera privata.

La legge può comunque interdipendenza certi aspetti della vita privata di queste comunità (come per vietare l’infibulazione o il matrimonio tra minori).

A chi in Italia, si situa nel seno della cultura comune è più difficile sopportare tali differenze e vive le culture comunitarie come delle aggressioni permanenti al proprio stile di vita. Da qui, ad esempio, le reazioni e più eroiche all’ostentazione del velo, ma anche i ragionamenti sul posto della donna sulla società.

Il problema è la presenza in Italia di cultura straniere che non hanno i nostri medesimi principi, da cui la presa di coscienza del rischio di frammentazione della società che vogliamo trasmettere ai nostri figli.

La strategia dell’integrazione che dobbiamo mettere in pratica è di fondamentale importanza perché permette di decidere ciò che è permesso da ciò che è vietato, e sta a noi mettere i paletti.

Senza sottomissione.